«Rialziamo la testa, tutti insieme»

Alessandro De Tursi con il pallone Valuesport
Il presidente della Lega Dilettanti PNI, Alessandro De Tursi: «Proibire non serve, impariamo a convivere con un problema che ci accompagnerà per un po’ ma che non ci deve fermare»

MILANO – E’ il tempo del rispetto… Quello che sta accadendo in Italia negli ultimi tempi, porta alla ribalta il concetto del rispetto, perché mai come nella situazione attuale, non devomo trovare terreno fertile atteggiamenti superficiali o, peggio ancora, prepotenti.

Serve, invece, rispetto per la struttura sanitaria che si è trovata a dover gestire un’emergenza imprevista, affrontata grazie al coraggio e alla disponibilità del personale.

Serve rispetto per l’imprenditoria, soprattutto quella locale, messa in ginocchio da una situazione che ha tolto ogni punto di riferimento, dalla produttività all’approvvigionamento di materie prime, sino al contatto diretto con clienti e fornitori.

Ma serve anche rispetto per il mondo sportivo, travolto da una serie di provvedimenti decisamente ristrettivi che gli operatori hanno rispettato dimostrando una sensibilità ed un senso di appartenenza che altri settori, quello politico in primis, non hanno avuto.

Adesso però, conosciuto il “nemico” è ora di rialzare la testa.

In un’altra domenica pomeriggio diversa da come la si era pensata, Alessandro De Tursi, presidente della Lega Dilettanti PallanuotoItalia, riflette sulla situazione facendo scorrere, nel suo cuore e nella sua mente, gli oltre centomila praticanti e le oltre quattrocento società sportive della Libertas, l’Ente di promozione sportiva al quale si rifà la Lega Dilettanti PNI. Tutte associazioni sportive affiliate al Coni e che vivono un senso di disagio come tutti coloro che, Serie A di calcio a parte, tengono alta la bandiera dello sport in Italia.

«Adesso basta…» si legge tra le righe della riflessione a voce alta che Alessandro De Tursi ha condiviso davanti ai nostri taccuini.

Pensieri e parole che sono unite l’una all’altra da un forte desiderio: ricominciare a far vincere lo sport con tutti i suoi valori: «Tra poco saranno tre domeniche che non si gioca – attacca De Tursi facendo specifico riferimento al Campionato gestito dalla Lega PNI – e per tutti la possibilità di recuperare sarà sempre più concretamente impossibile. Come Lega Dilettanti PallanuotoItalia stiamo valutando, unitamente ai gestori degli impianti e alle società partecipanti, la possibilità di giocare a porte chiuse. Ci adatteremo alle normative mettendo in pratica altri accorgimenti: ingressi scaglionati in più spogliatoi, utilizzando quelli di altre aree, tipo quelli fitness. Impiegheremo 4 spogliatoi per 2 squadre, provvederemo alla sanificazione dei locali dopo ogni partita, faremo una costante verifica del rispetto dei protocolli ministeriali e dei livelli di cloro in acqua (ampia garanzia e strumento di elevata tutela, peculiare del nostro sport). L’intenzione della Lega Dilettanti PallanuotoItalia, insomma è quella di passare da uno stato di negazione e proibizionismo, ad una oculata e ponderata gestione della convivenza con un problema che, a quanto pare, ci accompagnerà nei prossimi mesi. Il rispetto quindi delle normali regole della buona educazione, vedi lo starnutire nell’incavo del gomito oppure la rinuncia ai più semplici gesti di affetto ed amicizia (dare la mano, abbracciarsi, baciarsi…) saranno operazioni che dovranno rientrare nel quotidiano».

Situazione difficile nello sport, ma sembra che i confini della vicenda siano ben più ampi, In alcune parti del nostro paese sono stati alzati ideali ma realistici “muri”…

«Fra una settimana le aree a rischio avranno superato la quarantena e per assurdo saranno le più sicure. Ritengo quindi ingiustificate le discriminazioni di escludere o non voler giocare con atleti provenienti da quelle zone. Soprattutto, aggiungo, quando sarà loro concesso di potervisi allontanare. Dobbiamo renderci tutti conto che giocoforza occorre tornare alla normalità o, perlomeno, ad una parvenza di questa. Le scuole riapriranno, le palestre riapriranno con l’auspicio che, nel quotidiano, si continuino ad applicare le misure di prevenzione, perché chiudere e sospendere sono scelte che, nel tempo, sono insostenibile. Al contrario si deve crescere nella capacità di prevenzione, capacità che si misura soprattutto nel quotidiano».


Cosa si poteva fare per rendere meno pesante la situazione?

«Lo stato avrebbe dovuto fare acquisti massivi di maschere e prodotti igienizzanti, garantendone la distribuzione là dove serve, badando soprattutto a calmierare i prezzi. Un po’ come si è fatto con i titoli di stato da parte della BCE per l’abbattimento dello spread e delle manovre speculative. Dovremo in sostanza convivere con questa situazione elevando la nostra soglia di rispetto delle regole di prevenzione, per contrastare un virus non noto, a letalità quasi nulla ma di elevata capacità di contagio con il conseguente, e purtroppo già avvenuto, esagerato ricorso alle strutture sanitarie inibendone le attività».

Lo sport è messo in ginocchio…

«Senza nulla togliere a discipline a maggior impatto economico (e quindi dotate di maggio risorse per far fronte al disagio) è evidente il danno economico a carico di imprese, di associazioni sportive e di quelle migliaia di operatori sportivi che operano nel settore è che sono già fortemente penalizzati da forme contrattuali non propriamente tutelanti. E’ fondamentale muoversi tutti insieme per garantire la continuità. Non possiamo rinunciare al nostro quotidiano. L’Italia sportiva è stata messa in un angolo senza alcuna pietà. Tra poco altre nazioni avranno questo problema. In quel momento apparirà chiaro come siano state inutili le discriminazioni verso i club italiani, così come si evidenzierà l’inutilità di decisioni come quegli atleti che hanno lasciato l’Italia. Penso ad esempio agli americani che stanno lasciando le nostre squadre di pallanuoto. L’incoerenza e la disomogeneità di alcuni interventi non ci hanno certo favorito – conclude Alessandro De Tursi – ma c’è tanta voglia di rialzare la testa. Sarà ancora lo sport di base a dare il segnale più forte. Su questo non ci sono dubbi».


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